San Lorenzo 1314/1315: cronache di una battaglia fatale…

castello di san lorenzo 

Appunti storici romanzati  di Sergio E. Valtolla

Lasciata la Via Emilia nei pressi di Seno (Alseno),  il giorno 5 luglio 1215,  i fanti della milizia cremonese  e parmense si dirigono verso Castell’Arquato per espugnarla, decisi a porre l’accampamento nei pressi delle alture di San Lorenzo. Ma per farlo devono “togliere  di mezzo” il fortilizio del piccolo villaggio citato, da sempre legato alle sorti di Castell’Arquato, a sua volta appartenuto fino al 1200 al Vescovo di Piacenza e successivamente al Comune di Piacenza.

Per tenersi “coperti”, cremonesi e parmensi, percorrono la piccola strada che affianca il canale di Chiaravalle fino alla vista del campanile della chiesa di san Lorenzo, non esitando nel passaggio a razziare la dispensa dei Cistercensi a Prato Valente. Giunti in vista del colle di Monteruzzo, dove sono posti la chiesa e il castello, al fine di coglierne di sorpresa i difensori, percorrono per circa un miglio “il bucone”, ampiamente ricoperto da boscaglia, dei Montelli, una profonda e stretta insenatura frutto dell’erosione del tempo, quasi un canyon naturale che si estende perpendicolare al monte citato fino alla chiesa.

Raggiunta, di conseguenza, la posizione posteriore al castello, iniziano l’assalto riscontrando una forte resistenza dei fanti posti a guardia del fortilizio.  Questo complica i piani degli assalitori. Nel frattempo intervengono anche i “sagittari” (gli arcieri) di Piacenza e Castell’Arquato, a sostegno del feudatario di San Lorenzo, che costringono alla ritirata gli assalitori che, nella confusione determinatasi,  lasciano parecchi morti sul campo.

Ma quelli sono periodi convulsi e, dopo 15 anni,  San Lorenzo si trova a ospitare i fuggiaschi ghibellini di Piacenza, braccati dai piacentini e dai milanesi, subendo un devastante assalto.

Trascorrono anni convulsi, tra guerre, scaramucce, carestie e tirannia…

Trascorso circa un secolo, nel 1314 il castello è nuovamente guelfo con gli Scoto contro i Visconti di Milano. Lunedì 21 maggio di quell’anno le milizie viscontee di Piacenza, comandate da Ugolino da Sesso di Reggio Emilia (definito anche da Sessa o da Sezzo), si presentano sotto le mura arquatesi  per costringere anche Castell’Arquato alla resa. Non riuscendovi ripiegano verso san Lorenzo il cui castello, sicuramente meno imponente di quello arquatese,  è difeso dai fanti del comandante Francesco Oddone con il rinforzo di 50 militi arquatesi. Alla vista delle milizie nemiche i fanti di San Lorenzo, decisamente in numero esiguo rispetto alle milizie viscontee, si rinserrano entro le mura; le campane  parrocchiali suonano a martello e tutta la popolazione si disperde nella vicina boscaglia di Santa Franca portando con sè animali e viveri per resistere qualche giorno. La giornata pomeridiana si presenta cupa e piovosa ma questo non impedisce alle truppe del podestà piacentino, note per la loro determinazione,  dopo una cruentissima battaglia, di piegare le resistenze del fortilizio e di massacrarne tutti i difensori, facendo prigioniero lo stesso valoroso comandante Francesco Oddone. La mattina seguente le truppe viscontee ripartono per Piacenza con il comandante Oddone in catene.

Scompare la dinastia guelfa degli Oddoni di San Lorenzo. Parenti stretti del grande Oddone da Fiorenzuola che riportò, nei secoli precedenti, le reliquie  di San Fiorenzo nella chiesa collegiata valdardese. Valente condottiero, signore molto stimato e proprietario di parte del  feudo di  San Lorenzo (secondo taluni documenti la famiglia, dopo la scomparsa del capostipite, venne denominata Filioddoni, Figliodoni o Filiodoni, i figli di Oddone).

Ma Castell’Arquato e, di conseguenza San Lorenzo,  resiste ancora e, dopo circa un anno, mercoledì 10 aprile  1315 Galeazzo Visconti, invia nuovamente le truppe contro gli Scoto che lo respingono. Galeazza Visconti è irritantissimo e ordina il “guasto” delle terre di Castell’Arquato.

Nel breve volgere di un paio di giorni l’intera zona è devastata e saccheggiata: vengono abbattuti alberi da frutto, tagliate le viti, “rovinate” tutte le coltivazioni, razziati animali e incendiati depositi di granaglie. Le scene registrate sono raccapriccianti con poveri contadini che fuggono nella boscaglia  per non cadere trafitti dalle armi della soldataglia mercenaria al seguito delle truppe viscontee. E nella ritirata le truppe viscontee non risparmiano San Lorenzo dove, non essendo più attivo il castello, saccheggiano il convento delle suore cistercensi di Val Sturla. Convento, quest’ultimo, dipendente dal grande monastero cistercense di Monte Oliveto di Castell’Arquato, dove sono insediate le suore di “Santa Franca”.

La casa religiosa di San Lorenzo era posta in Val Sturla, all’inizio della piccola strada che risale per Monteruzzo (Monterosso), ai margini della boscaglia in parte convertita a castagneto; realizzata diversi decenni prima sui terreni messi a disposizione dalla famiglia dei Visconti di Castell’Arquato che nulla hanno a che fare con quelli milanesi.

Il convento cistercense di San Lorenzo, ma anche quello di Monte Oliveto a Castell’Arquato, subisce un colpo durissimo e si riprenderà dopo qualche anno.

Invece, nel giro di pochi mesi, nel settembre 1315,  le truppe viscontee ritornano e occupano Castell’Arquato.

Il fortilizio di San Lorenzo decade definitivamente. Esistente fin dal periodo alto medievale, realizzato dagli Oddoni, all’epoca delle invasioni dei temibili predatori ungari, aveva resistito per oltre 300 anni a tutti gli assalti dei nemici .

Con la scomparsa  del castello,  fioriscono le leggende…

Ancora oggi quel colle è identificato come “il castellaccio” che custodisce i suoi segreti millenari che hanno alimentato tante storie.

Pare, infatti, che nel suo ultimo periodo di vita, la torre superstite, tozza e molto massiccia avendo perso d’importanza militare,  fosse stata usata quale luogo di detenzione e tortura al servizio di Castell’Arquato.  Un luogo per detenzioni “definitive” dove si rinchiudevano i malandrini o chi aveva avuto l’ardire di opporsi ai signori del tempo…

Si racconta che non di rado, lavorando il terreno dove sorgeva il castello, affiorassero resti umani e oggetti metallici. Certamente non possiamo confermare tali notizie ma sta di fatto che nei primi anni 60 del secolo scorso, durante la costruzione della nuova strada comunale per i “bagni”, il forte movimento della terra occorrente per tale manufatto fece affiorare decine di ossa umane, qualche teschio, la punta di una lancia e piccoli oggetti metallici.

I lavori vennero interrotti, il parroco del tempo, don Bianchi, celebrò una messa sul posto e i due “sacchi”, contenenti tutti quei resti umani, stazionò per decenni nella camera mortuaria del vecchio cimitero. Poi i lavori ripresero e addio ai reperti…

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