Monte Giogo in Val d’Arda, uno scrigno di natura a due passi da casa

2018-12-grotte monte giogo1-1IMG_3954Monte Giogo in Val d’Arda, uno scrigno di natura a due passi da casa

Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista, blogger e narratore

Il maestoso anfiteatro calanchivo che domina la sponda sinistra della valle dell’Arda da Lugagnano a Castell’Arquato, tra Monte Giogo e Monte Falcone, aree agro-forestali sottoposte a tutela ambientale, versano in uno stato di fruibilità escursionistica molto precario ma questo non impedisce a chi conosce la zona di frequentare questi luoghi per camminare lungo i numerosi sentieri ancora fruibili.

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i libri in strada…diretti al monte Giogo

Con la sola eccezione di pochi tratti non vi è però una segnaletica “organica”; forse gli Enti preposti alla tutela preferiscono non segnalare quest’opportunità per evitare “troppa confusione” che potrebbe mettere a rischio la presenza di flora e fauna selvatica.

Oppure questi Enti non hanno sufficienti risorse per realizzare una rete di sentieri escursionistici gestiti.

Ora si cammina per lo più attraverso strade poco frequentate, comunali e non, “calere” agrarie e sentieri antichi, frequentati da chissà quanti secoli.

Questi monti che ho citato, ai quali aggiungo il Padova, tra i due citati, sono caratterizzati da ripide balze, con tratti di sottili creste dentellate dette comunemente “calanchi”.

Sulla sommità di tali rilievi collinari che segnano il crinale tra le valli dell’Arda e quella del Chiavenna, tra la boscaglia, s’individuano ancora con una certa facilità le pareti tufacee con aperture, più o meno naturali, di profonde cavità che, in diverse epoche, sono state utilizzate (o appositamente escavate) per estrarre materiale per le costruzioni o per “rifugio”.

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la grotta…1
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i calanchi visti da Lugagnano val d’Arda

Per tagliar corto: tra Vigolo Marchese, il Monte Falcone di Castell’Arquato e il Monte Giogo di Lugagnano v.a., nel breve volgere di una decina di km lineari, si passa dai paesaggi agrari collinari, caratterizzati da vigneti e poche altre coltivazioni, ai boschi cedui con presenza di secolari castagni. Questi luoghi sono il regno della ginestra, della roverella, del sorbo, del corbezzolo (?), della robinia, dove nidifica il falco, vivono colonie di pipistrelli, i rondoni, le rane, numerose specie di rettili striscianti, il ramarro…

Qui i calanchi più spettacolari della Provincia di Piacenza, territorio che salendo verso i monti Padova e Giogo diventa sempre meno agrario e dove può anche capitare di individuare, in pieno inverno, la fioritura delle viole o “l’olivo selvatico”, residuato delle vecchie coltivazioni ottocentesche…

E così camminando incontri l’agricoltore resistente, ammiri il paesaggio, ti fermi a consultare una piccola biblioteca di strada …prossima al bosco, assaggi il frutto maturo del corbezzolo; e cammini tra vecchi sentieri fino a lassù, azzardando l’ingresso in una grotta, individuando quella “dei bambini” e così via sempre camminando…

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L’agricoltore resistente…

BREVI NOTE STORICHE E INFO

In questi ambienti “ex marini”, di grande valore geologico e naturalistico, nel 1834 il famoso Giuseppe Cortesi ritrovò lo scheletro di un rinoceronte e circa dieci anni dopo Podestà scoprì lo scheletro di un giovane delfino (entrambi questi reperti sono conservati nel museo paleontologico di Parma). Nel 1934 Agostino Menozzi trovò i resti di una balena sul monte Falcone.

Il Giogo e il Padova, grazie alle loro caratteristiche “impervie”, sono stati il rifugio di patrioti antinapoleonici ottocenteschi e partigiani nel corso della seconda guerra mondiale.

L’area è inserita nel parco naturale dei Piacenziano e sulla cima del monte Giogo si erge il crocione (con antistante area pic nic)

Luoghi da frequentare con attenzione e prudenza, come tutti gli ambienti naturali e le aree protette.

 

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Morfasso: l’estate della cultura e del tempo libero rende omaggio alle opere dello scultore Marco Polledri (fotoarticolo)

2018-07-polledri-14DM4B8101Morfasso: l’estate della cultura e del tempo libero rende omaggio alle opere dello scultore Marco Polledri (di Sergio Efosi Valtolla: fotoamatore, blogger, escursionista e narratore)

Prosegue la partecipata estate morfassina (Valtolla) dedicata alla cultura e al tempo libero.

Sabato 28 luglio a Morfasso, presso la chiesa antica, è stata inaugurata la mostra del morfassino dott. Marco Polledri, medico specializzato in dermatologia, che nel suo tempo libero si dedica alla scultura del legno ricavandone opere d’arte di grande impatto emozionale.

2018-07-polledri-1DM4B7914Una gran folla ha partecipato all’inaugurazione della mostra che resterà aperta tutti i giorni dalle 17 alle 19 fino domenica 12 agosto (più delle parole “rende” la vista in diretta delle sculture esposte, talune di importanti dimensioni).

La cerimonia inaugurale della mostra, introdotta da Gian Francesco Tiramani, è iniziata con il coro di Morfasso, diretto dal maestro G.Luigi Rigolli, al quale partecipa lo stesso scultore.

Alla presentazione erano presenti il Sindaco Paolo Calestani con la giunta e numerosi consiglieri e il Vicario diocesano don Vincini oltre a una gran folla di estimatori, di amici e di cittadini provenienti da Piacenza e dalle province limitrofe.

Al termine dell’evento i numerosissimi ospiti sono stati accolti per un aperitivo presso l’Osteria Zia Valentina.

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Pietro lo sculdascio compra Lugagnano…

FINES CASTELLANA
parte del Fines Castellana (estratto da Giorgia Musina-2012)

Appunti storici romanzati di Sergio E. Valtolla.

La singolare figura di Pietro da Neviano, detto lo Spoletino, fondatore di Lugagnano Valdarda, non poteva sfuggire alla curiosità degli storici e così F.Bougard ha colmato la lacuna restituendo un’ottima ricostruzione delle sue vicende attraverso lo studio delle carte dell’Archivio di S.Antonino di Piacenza. “…Pierre de Niviano, dit le Spolétin, sculdassius, et le gouvernement du comté de Plaisance à l’époque carolingienne…”.

Ma non è affatto mia intenzione imitare questo studioso o copiarlo. Chi volesse saperne di più consulti la sua opera ovvero legga il volume 17º dei Quaderni della Valtolla interamente dedicato a Lugagnano Valdarda. Tuttavia qualche notizia storica prima di iniziare a discorrere la dovrò esporre.

Casalia Neviano
Il villaggio di Neviano (ora Niviano nel comune di Lugagnano Valdarda) era nel territorio definito Fines Castri Arquatensis ( …Fines Castellana), uno dei tre comprensori attraverso i quali i Longobardi prima(forse…) e i Carolingi dopo (certo!) amministravano il territorio.
Niviano compare ufficialmente nelle “carte” dall’821 quando il nucleo abitativo principale del casale presentava una fisionomia accentrata, con una serie di edifici abitativi inframmezzati ai campi, agli orti e ai vigneti; nel suo territorio sono registrate proprietà fondiarie appartenenti a nobili e piccoli proprietari di origine longobarda e franca, ai frati di Tolla, ai canonici di S.Antonino, alla Diocesi Ambrosiana e della Pieve di Casanova di Bardi.
In sostanza Niviano rappresentava ancora il classico casalia longobardo ma stava rapidamente evolvendo: dallo sfruttamento dell’incolto, attraverso l’ordinamento silvo-pastorale, a un uso più “agricolo” del suolo mediante la formazione di aziende condotte da contadini che trasformarono gli appezzamenti in seminativi; contadini che potevano esserne proprietari oppure no, ed in questo secondo caso potevano anche essere di condizione servile. Casalia Neviano aveva una superficie considerevole espandendosi anche in Vallongina e Valchiavenna (1).

L’attivismo di Pietro lo sculdassio…
In tale contesto Pietro, e la sua famiglia prima di lui, risulta essere molto attivo, tra i più attivi nella zona rendendosi protagonista di oltre 30 atti fondiari.
Ciò detto molti si saranno chiesti se Pietro, considerata la sua rilevanza storica locale, fosse lui stesso un nobile o qualcosa di simile ma, in questo caso, la risposta non ci viene da nessuno studioso.
Sappiamo che era di origine longobarda, anche se qualcuno sostiene, sbagliando, fosse un carolingio. La sua famiglia, ormai da molte generazioni in Italia, come accadde a gran parte del popolo longobardo, divenne stanziale per essere quindi “naturalizzata” e convertita alla religione “cristiana romana”.
Pietro sposò, in tarda età, Ragimberga(2), figlia di ricchi possidenti terrieri, imparentati con i “supponidi”, nobili longobardi, molto prossimi alla corte regia carolingia, potenti nel centro Italia, nello spoletino, stanziati nel parmense (dove il conte era della famiglia), nel piacentino e in altre aree della pianura padana, dove consolidarono potere e prestigio. Per taluni studiosi anche la famiglia di Pietro aveva una parentela con gli spoletini Supponi.
In un certo momento della sua vita, Pietro, divenne sculdassio, in poche parole un fiduciario del “gastaldo”, il conte al quale era affidato il piacentino, dipendente diretto della corte regia per la quale esercitava il potere civile, militare e giudiziario.
Lo sculdascio era una specie di magistrato minore, quasi un“esattore”, noi diremmo un “funzionario del fisco”, che si occupava di presiedere riunioni durante le quali venivano composte le “querelle” minori legate a conflitti per i confini, al pagamento delle decime e cose del genere. In pratica era una sorta di assessore locale che agiva per conto del gastalto; nei fines ne esisteva uno per ogni villaggio importante.
Ma Pietro era anche un piccolo proprietario terriero che, prima di divenir in tarda età sculdassio, aveva sempre dedicato il suo tempo al lavoro nei campi, a dirigere squadre di lavoranti che dissodavano terreni, ripristinavano vecchie carrarecce, abbattevano alberi per realizzare abitazioni e ricoveri, ecc… Pietro era anche provetto nel curare le viti e non mancava di offrire una botticella di vino per le chiese di Sancti Antonini di Castro Fermo-Castell’Arquato, Sancti Zenoni di Lucaniano-Lugagnano, abbaziale di Tolla e una vegiola al suo gastaldo (chiese e pievi citate in documenti del secolo VIII).
Con il suo cavallo bianco, ogni giorno, in estate e in inverno, raggiungeva le sue terre di Macomeria e Aminiano dove impartiva ordini ai famigli, verificava i campi e poi si fermava a parlare con altri piccoli proprietari incitandoli a resistere a non scoraggiarsi di fronte alle avversità e all’arroganza di certi potentati…
Uomo saggio, istruito, intelligente e capace di insinuarsi favorevolmente nelle problematiche “politiche” del tempo, sempre pronto…ebbe successo e la storia lo ricorda piccolo proprietario stretto tra latifondi nobiliari, terre ecclesiali e monastiche e grandi estensioni del fisco regio.
Ampliò parecchio la sua attività e le proprietà concentrandole, in tanta parte, nel territorio di Neviano e Lucaniano, che distava quest’ultima poche centinaia di metri dalla sua corte.
Corte agraria che divenne sempre più grande, espandendosi verso l’Appennino, dove saranno anche accolte, con il tempo, lavoratori, contadini e professionisti.
Luogo che divenne polo di scambio tra pianura e montagna, tra Valdarda e Valtolla… il seme del primo commercio mercatale della futura Lugagnano.

BIBLIOGRAFIA

GIORGIA MUSINA-LE CAMPAGNE DI PIACENZA TRA VII E IX SECOLO: INSEDIAMENTI E COMUNITÀ-2012

S.EFOSI/F.FERRARI-QUADERNI DELLA VALTOLLA-2015

NOTE

1)I terreni appartenenti al casale Neviano, a partire dall’843, risultavano essere estesi tra Valdarda … “in casale Neviano, Lucaniano, Mocomeria, Aminiano et ad ipsis casalis pertinentes” e Vallongina e Valchiavenna.

2)Pietro e la moglie Ragimberga ebbero a disposizione un patrimonio di partenza di una certa entità, come dimostra la donazione che nell’878 Pietro fece alla moglie in occasione del loro matrimonio che consisteva nella quarta parte dei suoi beni posti in Niviano, in Lucaniano, e in altre località dette genericamente “in fines Castellana et Placentina” …

Quando Fontana Fredda era una piccola “caput mundi”…

chiesa fontana giu 2011IMG_5416Appunti storici romanzati  di Sergio E. Valtolla.
Re Teodéric aveva una casa fortificata, con una possente torre, sulla strada tra Piacenza e Borgo San Donnino, diciamo a metà del percorso, dove si riparava, con il suo seguito reale, nel corso dei suoi numerosi viaggi attraverso il regno italico. E poco distante dalla sua “casa” c’era la mansio della Via Emilia, al guado del torrente Chiavenna.
Quest’ultima era proprio alla svolta, nei pressi della curva a gomito a sinistra che compiva il torrente Chiavenna al tempo, scendendo verso il fondovalle. Ora il Torrente non passa più da quelle parti e, al suo posto, c’è il tracciato moderno della Via Emilia.
Sono invece convinto che la torre del campanile della chiesa parrocchiale di Fontana Fredda sia stata costruita, almeno in parte, con quei “mattoni regi”, forse proprio quelli delle rovine abbandonate (e forse cedute alla Pieve medesima) della casa fortificata, o se preferite incastellata, appartenuta al Re Teodéric detto “il Grande”.
E non ne esisterebbe di più belle, sul tratto piacentino della Via Emilia, se l’avessero lasciata come dovette essere in origine o almeno come qualcuno la ricorda, baroccheggiante, all’inizio del secolo scorso.
Non sarebbe possibile trovare in un’ altra chiesa, ovunque sia in questa zona, struttura più esatta, proporzioni più giuste, più nobiltà, grazia e giovinezza eterna rispetto a quella vecchia Pieve di Fontana Fredda.
La cosa più straordinaria, con ogni probabilità, doveva essere la sua semplicità che dal solo osservare il campanile ben si può ancora comprendere.
Ma Fontana, pur salita agli onori delle cronache del tempo per via di quel Re, divenne importante anche per altro…
Nel 526, dopo la morte di Re Teodéric, viene edificata la Chiesa Pievana. La posizione geografica del piccolo villaggio era favorevole: sulla Via Romea, distante circa venti chilometri da Piacenza e altrettanti da Borgo San Donnino; era un crocevia di numerose strade che provenivano tanto dal nord quanto dal sud del vasto territorio circostante, era attiva una vecchia e importante stazione di cambio dei cavalli (una mansio); si trovava al centro di un vasto territorio fertile, ricco di fontanili e parecchio “centuriato”.
Pochi ai tempi nostri, se non per necessità primaria, si fermano a Fontana Fredda ma nel corso dei lunghi secoli del Medioevo non è sempre stato così.

E così dopo la casa incastellata di Re Teodéric, dopo la Pieve, ecco sorgere gli Hospitales…

Nel 725, in piena epoca longobarda, dopo duecento anni dalla fondazione Pievana, si riunirono Gunivert, lo sculdascio locale, fiduciario della corte reale longobarda, taluni patrizi locali e il Pievano, assistiti dal notaio Odeberto da San Protasio, stabilendo delle rendite perpetue a favore della Pieve di Fontana affinché essa realizzasse un ospitale per i numerosi pellegrini “Romei” in transito.
Venerdì 1° maggio 725, all’ora ventesima, si poserà quella prima pietra che diventerà l’Hospitale Pievano che prestò assistenza ai pellegrini fino al 1199 quando la sua attività venne rilavata dai frati della Cadé. Ma a questo punto le notizie sono molto confuse e non esistono che pochi documenti a comprovare, e solo una parte,  di ciò.
Con il tempo Fontana divenne sempre più un punto di riferimento dei numerosi pellegrini europei diretti a Roma.

E così si ha notizia che attorno alla metà del secolo XIII fosse operante, per volontà dell’ordine dei Cavalieri Templari, una casa di accoglienza detta “Domus ospitalis de Verzario”, a volte ricordata come anche come “Hospitales de Verzalli”. Ma forse questa casa era solo una “percettoria” dei templari che, è invece comprovato, gestissero l’ Hospitale di Fiorenzuola dedicato a S.Margherita, che godeva delle rendite di parecchie terre e proprietà tra Fiorenzuola, S. Protaso, Cadeo, S. Lorenzo, Vigolo Marchese e la stessa Fontana Fredda.
E infine, ancora nel territorio pievano di Fontana Fredda, non meno importante, c’era l’Ospice di Enrico fondato dal Re Enrico I di Danimarca detto “il Buono”. Tale ospizio viene ricordato nel diario del celebre frate pellegrino islandese Nikulas nel 1154 come “Eriks Spitali” che ospitava, in prevalenza, i pellegrini nordici. Tutto questo accadeva tra il VI e il XIII secolo.
Fontana Fredda fu dunque, a modo suo e per quasi 700 anni, una piccola caput mundi, crocevia di Re, Cavalieri Templari, principi e pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa.

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Valtolla: tutto ebbe inizio mercoledì 13 aprile 681, alla ventitreesima ora…

monastero antico dal web
monastero antico (dal web)

(Cronaca raccolta dal romito del Pelizzone, romanzata da Sergio Efosi)
Nel momento in cui inizia la nostra storia sulla sponda sinistra, e anche su quella destra, dell’Arda c’erano solo pochi villaggi, con una manciata di piccoli campi coltivati, e tra l’uno e l’altro si estendevano solo la folta boscaglia, piccole radure perlopiù più gerbide e miseri ruderi in sasso di vecchi edifici del culto e della comunità ormai sommersi dall’esuberante vegetazione. Poco più a valle si erano già insediati i nuovi padroni Longobardi ma tutto era fermo, tutto sembrava attendere qualcosa…
Anche l’Arda sembrava essersi fermata in quel lontano inizio di primavera già pieno di fioriture, di lievi brezze, di voli e canti di uccelli, di cieli azzurri, di sole e di gioia di vivere; sentimento apparente e poco spontaneo come capitava da ormai troppi anni in queste desolate lande valdardesi, dalla pianura al monte.
In quel mese di aprile così uguale e così diverso dagli altri mesi di aprile che l’avevano preceduto, e anche da quelli che l’avrebbero seguito, tutti attendevano qualcosa che pareva doversi compiere entro poco tempo, smuovendo quella situazione di degrado che durava da troppe generazioni. I Longobardi, stanziati nella valle del Po e in ogni collina delle valli piacentine e in tanta parte del centro-sud tra Spoleto e Benevento, avevano rintuzzato le aggressioni dei romani d’oriente, i Bizantini, con i quali erano infine addivenuti ad una recente pace¹, e ora dovevano “muoversi” per consolidare la loro presenza militare senza trascurare quella civile.
Non potevano attendere oltre, quella era la stagione giusta per riattivare definitivamente i transiti verso il centro-sud della penisola italica. Le stesse “turbolenze” interne al popolo longobardo consigliavano di metter mano al consolidamento del potere regio.

L’Arda a quel tempo era un corso d’acqua certamente più grande e importante di quanto non lo sia ora, alimentato da molti canali e torrenti che scendevano dalle valli laterali e lo ingrossavano senza ostacoli artificiali; un torrente ribelle che cambiava spesso il suo percorso e anche il destino degli uomini della valle stessa. Ora quel torrente ribelle è stato domato e imbrigliato prima del suo arrivo in pianura fino all’incontro col Po, insieme all’Ongina.
E così dalla grande diga della valtolla, quella di Mignano, l’Arda è cambiata per sempre e con essa il clima della media valle… e tutto il resto.
Ma quasi ogni anno, e per lunghi secoli, quando era libera di scorrere, l’Arda in occasione delle non infrequenti alluvioni spostava qua e là il suo percorso e invadeva terre, boschi e paesi “dominando” incontrastata l’intera valle; e in taluni tratti era acquitrino, palude, a tratti difficilmente guadabile.

E tra Rusteghini e Mignano, ma anche oltre, l’Arda era guadabile solo per pochi mesi, quelli poco piovosi e quando era terminato da un pezzo lo scioglimento delle nevi invernali. Per i Longobardi occorreva ripristinare la Via che, per un lungo tratto, la costeggiava e risaliva la valle dell’Arda, quella che percorrevano i Liguri molti secoli prima e che ora era ridotta a un misero sentiero a tratti impervio e insicuro. Occorreva, in sostanza, creare un nuovo presidio territoriale e allora pensarono a quanto era già stato fatto nella valle del Trebbia, da san Colombano…
E incaricarono il Beato Tobia, di fede Benedettina che con un manipolo di seguaci eremiti intendevano realizzare il cenobio…
E quel giorno che precedeva il giovedì Santo del mese di aprile dell’anno 681, alla ventitreesima ora (le 11 del mattino), appena dopo l’orrido di Mignano apparvero quei frati.
Iniziava l’era della ruralizzazione e della cristianizzazione dell’alta Valdarda.

NOTE
¹ L’anno precedente, nel 680 d.C., era stata firmata la pace tra Bizantini e Longobardi dopo circa 100 anni di guerre sul suolo italico. Da quell’anno dunque anche i Vescovi longobardi attendono la loro conferma dal Papa e si adoperano per promuovere una pace duratura tra italici e Longobardi. Non si tratterà di una pace che durerà a lungo, tuttavia sufficiente per iniziare una nuova era di rapporti tra italici e Longobardi nel nord del Paese.

Valdarda 31 marzo 744 succede…

castelletto  3 vernasca (scognam.)Appunti di storia locale cura di Sergio Efosi 

Prima ancora che si potesse ritenere chiusa definitivamente l’era romana d’occidente, prima che l’impero lasciasse il posto al sorgente medioevo, la media e alta valle dell’Arda era già il trionfo delle foreste incantate, dei paesaggi surreali, delle presenze magiche; il rifugio degli eremiti, un susseguirsi di luoghi a tratti impenetrabili, regno dei grandi spazi del silenzio, con pochi abitanti. Ma anche le parti più basse della valle non erano scampate a tale destino…

La decadenza accentuatasi negli ultimi decenni imperiali aveva corroso, inesorabilmente,  campagne del nord Italia al tempo fertili, paesi, templi antichi e nuove chiese cristiane; nulla era stato risparmiato. Poi iniziò, a ritmi sempre più serrati, l’epoca delle invasioni del nostro territorio da parte di popoli stranieri con conseguenti guerre e predazioni, alle quali subentrarono presto carestie e pestilenze gravissime, che provocarono una fortissima riduzione della presenza umana nell’intero nord del Paese, Piacenza compresa. Alcuni storici stimano che nell’intera Italia settentrionale la popolazione si fosse ridotta a poco più di 7/8 milioni di individui.

Era successo quello che sembrava impossibile: il crollo definitivo del grande e potente impero romano; travolto sotto i colpi mortali della corruzione, delle lotte intestine e delle orde barbariche che sconvolsero i cardini di una società che sembrava immodificabile. I risultati furono, come sommariamente detto, devastanti e la socialità sconvolta. Cumuli di macerie e rovine erano la visione corrente per i sopravvissuti; e la desolazione  aveva preso il sopravvento ovunque.

castelletto vernasca (scognam.)
Le immagini si riferiscono all’antica chiesa di Sant’Andrea di Castelletto in Valtolla (prima del crollo…e della “ricostruzione conservativa” )

E presero corpo, come in ogni epoca buia, le leggende più paurose che l’uomo sapesse inventare. Agli antichi dei alcuni buoni e altri temuti, si affiancarono esseri infidi come gli orchi, le streghe, i maghi, i temutissimi folletti…e la magia.

Ma nella realtà la desolazione era rappresentata da rovi, ortiche e cespugli che crescevano liberamente, e rigogliosamente, nei campi, nelle strade e nelle Vie più rinomate al tempo, Via Emilia compresa; con una desolazione che assumeva contorni spettrali di fronte alle macerie diffuse di antichi edifici, case padronali, stazioni di posta, chiese, templi, fortificazioni, infrastrutture civili e militari in genere. Gli animali selvatici erano tornati a esser padroni delle campagne e dei paesi abbandonati mentre nella boscaglia gli alberi avevano intrecciato tali e tanti “tentacoli” verso il cielo che il sottobosco era divenuto ancor più un luogo umido e inospitale, regno dell’oscurità e pericoloso per l’uomo.

Di fronte a questi momenti sconvolgenti, a questi tempi bui, la boscaglia poteva ritornare a essere il rifugio segreto, il luogo dell’attesa dove ripararsi nella prospettiva di tempi migliori, per sfuggire alla violenza che il gran caos aveva generato. Un tempo di attesa che sarebbe durato circa due secoli, un periodo interminabile, un intervallo durante il quale intere generazioni vissero senza mai conoscere la pace.

E quel tempo non ebbe termine prima del secolo VII, con l’arrivo dei frati di San Colombano a Bobbio e poi di Tolla in alta Valdarda.

Quando percorrete gli antichi sentieri della Valdarda, provate a immaginare quei momenti, quelle situazioni sommariamente descritte, quella rigogliosa e diffusa boscaglia della quale è rimasto solo un pallido ricordo…provate a immaginare quale ambiente poterono trovare i frati benedettini quando vi si insediarono. Non ci sono “carte” per provarlo ma, con ogni probabilità, ai monaci occorsero almeno due o tre generazioni per promuovere una nuova, “lenta”, ripartenza della valle…

Subito dovettero entrare in contatto con i pochi superstiti di questa vasta area promuovendo la raccolta delle pietre delle macerie dai vecchi edifici romani saccheggiati e distrutti dai bizantini, e dai loro alleati, nel corso delle lunghe e devastanti guerre del secolo precedente.

Ma sui poveri resti di tali edifici la vegetazione era cresciuta al punto da lasciarli appena intravedere e dunque si dovette trattare di un lavoro lungo e difficoltoso…  necessario per erigere la nuova Abbazia, quella di Tolla e dare inizio a una nuova era: quella della ruralizzazione e della civilizzazione cristiana della Valdarda.

E la prima vera, anche se indiretta, testimonianza riguardante l’importanza dell’opera di ricostruzione socio-economica svolta dai frati di Tolla sta scritta in un documento del 31 marzo 744 a firma del re longobardo Ildebrando, nel quale si accenna ai monasteri regi di Fiorenzuola, Tolla e Gravago che vengono posti sotto la “giurisdizione” religiosa del Vescovo di Piacenza pur conservando, di sicuro quello di Tolla, una sua autonomia gestionale e la protezione regia.

Ma quel documento era anche la prima testimonianza che attraverso la Via che collegava i cenobi citati, dalla Via Emilia, da Fiorenzuola, si poteva raggiungere Tolla, poi Gravago e infine approdare a Pontremoli nella direzione dell’Italia centrale e di Roma. Una Via che divenne strategica per il potere regio, importante per i pellegrini e i viandanti…e la restò per diversi secoli. Un tracciato francigeno “custodito”, in alta Valdarda (la Valtolla) da quei frati che avrebbero favorito, nel corso dei secoli, il plasmarsi di un paesaggio che da desolato divenne sempre più rurale…e civile.

San Lorenzo 1314/1315: cronache di una battaglia fatale…

castello di san lorenzo 

Appunti storici romanzati  di Sergio E. Valtolla

Lasciata la Via Emilia nei pressi di Seno (Alseno),  il giorno 5 luglio 1215,  i fanti della milizia cremonese  e parmense si dirigono verso Castell’Arquato per espugnarla, decisi a porre l’accampamento nei pressi delle alture di San Lorenzo. Ma per farlo devono “togliere  di mezzo” il fortilizio del piccolo villaggio citato, da sempre legato alle sorti di Castell’Arquato, a sua volta appartenuto fino al 1200 al Vescovo di Piacenza e successivamente al Comune di Piacenza.

Per tenersi “coperti”, cremonesi e parmensi, percorrono la piccola strada che affianca il canale di Chiaravalle fino alla vista del campanile della chiesa di san Lorenzo, non esitando nel passaggio a razziare la dispensa dei Cistercensi a Prato Valente. Giunti in vista del colle di Monteruzzo, dove sono posti la chiesa e il castello, al fine di coglierne di sorpresa i difensori, percorrono per circa un miglio “il bucone”, ampiamente ricoperto da boscaglia, dei Montelli, una profonda e stretta insenatura frutto dell’erosione del tempo, quasi un canyon naturale che si estende perpendicolare al monte citato fino alla chiesa.

Raggiunta, di conseguenza, la posizione posteriore al castello, iniziano l’assalto riscontrando una forte resistenza dei fanti posti a guardia del fortilizio.  Questo complica i piani degli assalitori. Nel frattempo intervengono anche i “sagittari” (gli arcieri) di Piacenza e Castell’Arquato, a sostegno del feudatario di San Lorenzo, che costringono alla ritirata gli assalitori che, nella confusione determinatasi,  lasciano parecchi morti sul campo.

Ma quelli sono periodi convulsi e, dopo 15 anni,  San Lorenzo si trova a ospitare i fuggiaschi ghibellini di Piacenza, braccati dai piacentini e dai milanesi, subendo un devastante assalto.

Trascorrono anni convulsi, tra guerre, scaramucce, carestie e tirannia…

Trascorso circa un secolo, nel 1314 il castello è nuovamente guelfo con gli Scoto contro i Visconti di Milano. Lunedì 21 maggio di quell’anno le milizie viscontee di Piacenza, comandate da Ugolino da Sesso di Reggio Emilia (definito anche da Sessa o da Sezzo), si presentano sotto le mura arquatesi  per costringere anche Castell’Arquato alla resa. Non riuscendovi ripiegano verso san Lorenzo il cui castello, sicuramente meno imponente di quello arquatese,  è difeso dai fanti del comandante Francesco Oddone con il rinforzo di 50 militi arquatesi. Alla vista delle milizie nemiche i fanti di San Lorenzo, decisamente in numero esiguo rispetto alle milizie viscontee, si rinserrano entro le mura; le campane  parrocchiali suonano a martello e tutta la popolazione si disperde nella vicina boscaglia di Santa Franca portando con sè animali e viveri per resistere qualche giorno. La giornata pomeridiana si presenta cupa e piovosa ma questo non impedisce alle truppe del podestà piacentino, note per la loro determinazione,  dopo una cruentissima battaglia, di piegare le resistenze del fortilizio e di massacrarne tutti i difensori, facendo prigioniero lo stesso valoroso comandante Francesco Oddone. La mattina seguente le truppe viscontee ripartono per Piacenza con il comandante Oddone in catene.

Scompare la dinastia guelfa degli Oddoni di San Lorenzo. Parenti stretti del grande Oddone da Fiorenzuola che riportò, nei secoli precedenti, le reliquie  di San Fiorenzo nella chiesa collegiata valdardese. Valente condottiero, signore molto stimato e proprietario di parte del  feudo di  San Lorenzo (secondo taluni documenti la famiglia, dopo la scomparsa del capostipite, venne denominata Filioddoni, Figliodoni o Filiodoni, i figli di Oddone).

Ma Castell’Arquato e, di conseguenza San Lorenzo,  resiste ancora e, dopo circa un anno, mercoledì 10 aprile  1315 Galeazzo Visconti, invia nuovamente le truppe contro gli Scoto che lo respingono. Galeazza Visconti è irritantissimo e ordina il “guasto” delle terre di Castell’Arquato.

Nel breve volgere di un paio di giorni l’intera zona è devastata e saccheggiata: vengono abbattuti alberi da frutto, tagliate le viti, “rovinate” tutte le coltivazioni, razziati animali e incendiati depositi di granaglie. Le scene registrate sono raccapriccianti con poveri contadini che fuggono nella boscaglia  per non cadere trafitti dalle armi della soldataglia mercenaria al seguito delle truppe viscontee. E nella ritirata le truppe viscontee non risparmiano San Lorenzo dove, non essendo più attivo il castello, saccheggiano il convento delle suore cistercensi di Val Sturla. Convento, quest’ultimo, dipendente dal grande monastero cistercense di Monte Oliveto di Castell’Arquato, dove sono insediate le suore di “Santa Franca”.

La casa religiosa di San Lorenzo era posta in Val Sturla, all’inizio della piccola strada che risale per Monteruzzo (Monterosso), ai margini della boscaglia in parte convertita a castagneto; realizzata diversi decenni prima sui terreni messi a disposizione dalla famiglia dei Visconti di Castell’Arquato che nulla hanno a che fare con quelli milanesi.

Il convento cistercense di San Lorenzo, ma anche quello di Monte Oliveto a Castell’Arquato, subisce un colpo durissimo e si riprenderà dopo qualche anno.

Invece, nel giro di pochi mesi, nel settembre 1315,  le truppe viscontee ritornano e occupano Castell’Arquato.

Il fortilizio di San Lorenzo decade definitivamente. Esistente fin dal periodo alto medievale, realizzato dagli Oddoni, all’epoca delle invasioni dei temibili predatori ungari, aveva resistito per oltre 300 anni a tutti gli assalti dei nemici .

Con la scomparsa  del castello,  fioriscono le leggende…

Ancora oggi quel colle è identificato come “il castellaccio” che custodisce i suoi segreti millenari che hanno alimentato tante storie.

Pare, infatti, che nel suo ultimo periodo di vita, la torre superstite, tozza e molto massiccia avendo perso d’importanza militare,  fosse stata usata quale luogo di detenzione e tortura al servizio di Castell’Arquato.  Un luogo per detenzioni “definitive” dove si rinchiudevano i malandrini o chi aveva avuto l’ardire di opporsi ai signori del tempo…

Si racconta che non di rado, lavorando il terreno dove sorgeva il castello, affiorassero resti umani e oggetti metallici. Certamente non possiamo confermare tali notizie ma sta di fatto che nei primi anni 60 del secolo scorso, durante la costruzione della nuova strada comunale per i “bagni”, il forte movimento della terra occorrente per tale manufatto fece affiorare decine di ossa umane, qualche teschio, la punta di una lancia e piccoli oggetti metallici.

I lavori vennero interrotti, il parroco del tempo, don Bianchi, celebrò una messa sul posto e i due “sacchi”, contenenti tutti quei resti umani, stazionò per decenni nella camera mortuaria del vecchio cimitero. Poi i lavori ripresero e addio ai reperti…